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6 luglio 2007

Liberaci dagli ipocriti, piuttosto dacci i tedeschi!

 
L’outing della ministra «Io amo una donna»

• da Corriere della Sera del 5 luglio 2007, pag. 19

di Maria Laura Rodotà

Mentre nell’Europa dell’Est sale la marea omofobica; mentre in Italia la politica al femminile ribolle di proclami sulla famiglia tradizionale uniti a gite dal parrucchiere; mentre succede tutto questo, in Germania una democristiana vicepremier di un Land importante — nonché ministro della Cultura, nonché portatrice di un taglio semicorto a bassa manutenzione — dichiara pubblicamente di stare con una donna. Lei è Karin Wolff, 48 anni non botulinati, numero due dell’Assia (capitale Wiesbaden, città principale Francoforte), protagonista di un coming out sobrio ma clamoroso. Ha portato la fidanzata, Marina Fuhrmann, medico osteopata, a una festa della Bild, primo quotidiano popolare tedesco. Ottenendo un titolone sensazionale in prima, «Ministra della Cdu—Io amo una donna!», e un commento più che incoraggiante visto il giornale non liberalissimo: «Che donna coraggiosa ».

Coraggiosa nel raccontare la banalità della storia. Ha conosciuto Fuhrmann due anni fa andando nel suo studio per un mal di schiena. Hanno cominciato a frequentarsi, sono diventate amiche, dopo più di un anno si sono messe insieme. Hanno «molti interessi in comune, lo sport, la musica, la lettura». Wolff ha aspettato a farsi vedere con lei, ma «è normale; è normale cercare di conoscersi bene prima di presentare un nuovo partner». E prima di farsi fotografare insieme, in tailleurs pantalone crucchissimi-da-cerimonia, brindando con calici di vino bianco; sorridendo con l’aria pacificata-miracolata di chi ha trovato il Vero Amore nella mezza età (e un vero amore che cura la schiena incriccata, molte quarantenni etero la invidiano, di sicuro).

Insomma, una bella coppia. Non bella secondo i canoni attuali, anche in politica; ma rasserenante, affettuosa, civile. Le due signore sembrano difficili da classificare come malate bisognose di cure psichiatriche; come ha definito tempo fa i gay una potenziale omologa di Wolff, Paola Binetti, cristiana del futuro Partito democratico (nessuno pretende che si fidanzi con una osteopata, per carità). E sono impossibili da archiviare come nuove icone della cultura edonista-senza Dio-senza valori. Wolff non è di sinistra, è laureata in Teologia evangelica a Magonza, ha insegnato religione. Come ministro però ha preso posizioni ultra-laiche. Sul velo islamico nelle scuole — in Germania sono i Lander a stabilire se si può portare o no — ha dichiarato: «Non si tratta di folklore o di un simbolo di conciliazione. Il velo è professione di fede e perciò non ha spazio nelle nostre classi». Semplice.

Come è stata semplice la sua uscita da politica democristiana lesbica; e chissà se in Germania, o in Europa, il caso Wolff aiuterà qualche sua collega a uscire dall’ipocrisia e dalla auto-negazione; rendendo più semplice la vita di tante altre donne. Certo, scriveva il tedesco Bertolt Brecht, la semplicità è difficile a farsi (oddio, lui parlava del comunismo, oggi ci si accontenta di molto meno, anche di unioni con chi si vuole alla luce del sole, per dire).


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permalink | inviato da Soqquadro_ il 6/7/2007 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 giugno 2007

A proposito di radici comuni nell'umanità

 
17.06.2007 Un ebreo scrive a Letizia Moratti
Risponderà il Sindaco ?

Testata: La Repubblica
Data: 17 giugno 2007
Pagina: 45
Autore: Davide Romano
Titolo: «Lettera di un ebreo alla Moratti e ai gay»

Dalle pagine milanesi di REPUBBLICA, riprendiamo un articolo di Davide Romano, una lettera aperta al sindaco Letizia Moratti, sul mancato conferimento del patrocinio ad un festival del cinema gay. Tocca argomenti che fanno fatica a entrare nel tessusto culturale della società italiana, a destra come a sinistra, per tacere del centro. Risponderà il Sindaco ?

Ecco l'articolo:

Ho avuto modo di apprezzare il rispetto e l’amicizia del sindaco Moratti per la Comunità Ebraica milanese, così come per lo Stato di Israele. Un merito che non manco mai di riconoscerle. Ma è proprio per questo – per il rispetto e la stima verso la sensibilità umana del nostro Sindaco – che non riesco a spiegarmi il suo atteggiamento di indifferenza verso i gay. Come ebreo, non posso non provare simpatia per le persone omosessuali, vista anche la loro storia di perseguitati. Anche loro trascinati nell’orrore della Shoah a prescindere da quello che facevano, ma solo per quello che erano. Mai potrò dimenticare le parole di Pierre Seel, deportato omosessuale: “Due uomini delle SS hanno portato un giovane al centro del quadrato. Inorridito, ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. (...) le SS gli strappavano i vestiti di dosso lasciandolo nudo e gli ficcavano un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi: i cani lo hanno azzannato all'inguine e tra le cosce, e lo hanno sbranato proprio lì di fronte a noi. Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio sulla testa. Ho sentito il mio corpo irrigidito vacillare, gli occhi sbarrati dall'orrore, le lacrime mi correvano giù irrefrenabili, ho pregato perché la sua potesse essere una morte rapida”. Ma non è solo una questione di storia passata. Ancora oggi i gay sono perseguitati in mezzo mondo, da Cuba all’Indonesia, passando per l’Iran. Fatte le dovute differenze, anche nel nostro paese la vita di una persona omosessuale non è proprio facile. Ci sono ancora ai loro danni i pestaggi e le scritte offensive, tutti avvenimenti di cui peraltro la nostra città è stata purtroppo recente testimone. C’è un ultimo motivo infine, per cui ritengo sia un dovere morale - per chi crede nella sacralità della vita - essere solidali con i gay, in particolare con quelli in età adolescenziale: mentre gli ebrei nascono in famiglie ebree, gli omosessuali nascono soli. Una differenza non da poco. Pensate a due ragazzi, uno ebreo e uno gay, entrambi vittime dell’intolleranza a scuola. Il primo una volta tornato a casa, almeno avrà un conforto nei genitori, qualcuno con cui piangere e da cui essere capito. Il secondo invece, molto facilmente, non potrà neppure contare su quello. Perché con ogni probabilità non ha avuto neppure il coraggio di dire il suo segreto ai propri genitori, timoroso di non essere accettato. E allora la solitudine si fa davvero struggente. Non è un caso se la percentuale di tentati suicidi tra gli adolescenti gay è molto superiore a quella dei loro coetanei eterosessuali. Questi sono i motivi per cui non riesco a spiegarmi come una persona sensibile come la Moratti continui a negare quel poco che può fare - come concedere il patrocinio al Festival del cinema gay e lesbico - per aiutare l’accettabilità sociale della condizione omosessuale. E’ grazie infatti a manifestazioni come questa se certe solitudini possono unirsi, e diventare così migliori speranze di vita.


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